Marco e i suoi 70 anni in treno
Probabilmente saprebbe dire il numero esatto di passi che separano casa sua dalla stazione. Marco Viganò percorre quella strada da 70 anni. Ha cominciato a prendere il treno nel 1956 quando da Arcore si spostava a Monza per andare a scuola. Aveva 11 anni. Poi il treno l’ha portato a Milano Porta Garibaldi fino a poche settimane fa, quando la ditta per cui lavorava come responsabile commerciale ha cessato le sue attività. Oggi Marco è definitivamente in pensione e ci ha concesso di salire su un treno molto speciale, quello dei suoi ricordi di pendolare.
Marco la sua vita l’ha trascorsa a bordo ma l’ha cominciata letteralmente accanto ai binari. La casa in cui è nato è ancora lì, a fianco della lunga curva che porta i treni in arrivo dal nord della Brianza alle banchine della stazione. «Era ferrovia d’altri tempi quella -dice ridendo- spesso noi bambini, non avendo altri spazi venivamo pure qui per giocare». Arcore e la Brianza sono cambiate molto da quando Marco ha iniziato a viaggiare in treno. Qui e nei dintorni vivevano molti degli operai che animavano le gigantesche industrie di Sesto San Giovanni e del nord di Milano: Falck, Breda, Pirelli giusto per fare qualche esempio. «Dove ora c’è l’erba correvano i binari dei treni merci che uscivano dalle fabbriche. Una volta i convogli per i viaggiatori erano meno frequenti, sempre pieni -conferma Marco-, ricordo ancora le cosiddette carrozze del far west su cui ogni tanto faticavi davvero a salire. Oggi da quel punto di vista la situazione è migliorata».
Ma già allora Marco poteva contare su un prezioso alleato per non restare a piedi. Aveva un patto non scritto con uno dei capistazione: «Per un po’ questo signore dormì in affitto a casa mia -confessa abbassando un po’ la voce come se stesse confidando un segreto-, per cui, conoscendomi, quando ero in ritardo teneva fermo il treno quel tanto che bastava per farmi salire».
Viganò ha vissuto in prima persona l’evoluzione del sistema ferroviario lombardo. Basti pensare che nei suoi primi due mesi di lavoro, a fine 1963, il viaggio terminava a Milano Centrale perché la stazione di Porta Garibaldi era in fase di completamento. Ma anche i suoi viaggi non sono stati sempre uguali: «All’inizio aspettavo il treno in fondo alla banchina, oggi salgo sulla terza carrozza. Il gruppetto di pendolari con cui viaggio ha deciso di spostarsi più in avanti e io mi sono adeguato». Negli anni Marco ha avuto diverse compagnie di pendolari con cui passava il tempo del viaggio: «All’inizio erano familiari e conoscenti, poi con il passare del tempo diversi compagni li ho conosciuti direttamente in treno. In tanti sono andati in pensione e hanno smesso di viaggiare».
Anche Marco tecnicamente sarebbe in pensione dal 2002. Ma ha continuato a lavorare fino a dicembre 2025. Davanti agli occhi sbalorditi di chi gli chiede come mai abbia continuato fino alla soglia degli 80 anni la risposta è candida, scandita come se fosse una ovvietà: «La nostra ditta era portata avanti dalla mia titolare e da me. Non potevo starmene a casa, l’avrei messa in difficoltà».
Ora che anche la sua carriera è arrivata a fine corsa il treno resta una piccola saltuaria abitudine. Se incontrandolo gli si chiedesse di descrivere la sua esperienza a bordo con una sola parola questa sarebbe semplice, familiare, spontanea come quella che ha dato a noi: «Il treno è casa mia».
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